sabato 29 novembre 2008

FASE ATTUALE E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA

La fase attuale del sistema capitalista in Italia rappresenta il punto finale di un percorso di “rivoluzione conservatrice” iniziato negli anni novanta che ha stravolto l’impianto politico-economico-sociale precedente, cancellando in poco tempo i diritti delle classi lavoratrici conquistati con decenni di lotte. Questo nuovo modello italiano presenta delle caratteristiche specifiche differenti dal modello capitalista europeo-occidentale, tanto che possiamo parlare di una “via italiana al capitalismo” con alcuni tratti populistici e reazionari che cominciano a fare scuola in altri paesi europei (vedi la Francia). Il nucleo del potere reale in Italia è un blocco reazionario ostile a qualunque cambiamento sociale e civile. Al centro di questo blocco stanno tre soggetti: borghesia, chiesa cattolica, e media, i quali con un accordo più o meno tacito gestiscono il potere reale. Gli apparati istituzionali (governo, parlamento, magistratura) rappresentano solo un riflesso di questo potere. Ne abbiamo avuto ampia dimostrazione in questi anni con i governi di centrodestra e centrosinistra, spesso in continuità nel portare a termine la cancellazione dello Stato sociale su modelli neoliberisti. Oggi questo blocco di potere cerca di chiudere definitivamente la partita con le classi subalterne introducendo gli ultimi due elementi che possono dargli stabilità e marginalizzare il conflitto sociale. Il primo elemento è il bipartitismo: per cancellare dal parlamento, dai media, ed in definitiva dalla società, ogni tipo di opposizione reale ed organizzata. Il secondo elemento è la cancellazione del sistema di istruzione pubblica che, accompagnato al controllo dei media televisivi, elimina la possibilità che le classi subalterne possano prendere coscienza della loro condizione e dà l’avvio ad una “dittatura del consenso”, cioè alla creazione di partiti che portano avanti politiche antipopolari ma allo stesso tempo mantengono un largo consenso popolare, sul modello populista del Fascismo. Se questo percorso venisse portato a termine il modello P2 sarebbe definitivamente e pienamente attuato. Paradossalmente, la crisi economica mondiale favorisce questo tipo di processi, in quanto il sistema dominante riesce ad usare le sue stesse contraddizioni per rafforzarsi: con il controllo mediatico crea dei “nemici” (migranti, sovversivi, lavoratori e studenti “fannulloni”), nel frattempo utilizza la stessa crisi come “scusa” per portare avanti politiche di tagli alla spesa pubblica che hanno come conseguenza un ulteriore allargamento della forbice sociale. La possibilità che partiti e sindacati di sinistra riescano a porre un argine a questa deriva di destra si affievolisce ogni giorno di più e per varie ragioni: dall’integrazione del PD in questo sistema – in cui gli vengono garantiti un ruolo di opposizione fittizia e privilegi consociativi – alla debolezza elettorale e di immagine della sinistra radicale dopo il sostegno al governo Prodi. Sul campo sindacale i timidi segnali della CGIL sono insufficienti ed isolati dagli altri confederali. Tutto questo accade sul piano della politica di rappresentanza, ma nel vuoto lasciato dalla mancanza di un soggetto di massa contro il sistema crescono nuove aggregazioni sociali: i movimenti di lotta autorganizzati, che rappresentano la settorializzazione e la territorializzazione delle istanze sollevate dal movimento contro la globalizzazione capitalista e ne sono, per certi versi, la continuazione politica specie dal punto di vista della democrazia partecipata contrapposta alla rappresentanza, dell’autorganizzazione dal basso, della radicalità delle forme di lotta, dell’eterogeneità dei partecipanti. Dobbiamo comunque rilevare che tra movimento No Global e i movimenti che ne hanno portato i contenuti nella società ci sono differenze significative. La settorializzazione ha portato un allargamento della base, andando ad includere singoli soggetti alla loro prima esperienza di lotta di classe (che non riconoscono come tale), a cui manca la consapevolezza che la loro singola battaglia settoriale può essere vinta solo se connessa con le battaglie delle altre categorie. In altre parole ciò accade quando si imposta una vertenza come categoria e si adotta inevitabilmente un impianto corporativo e manca un concetto fondamentale: “la coscienza di classe”, cioè l’identificazione da parte del soggetto che lotta per un obiettivo specifico del nemico reale: il sistema dominante. Inoltre manca il riconoscimento di un altro soggetto che porta avanti un’altra singola vertenza come un interlocutore, in quanto le cause del disagio sociale sono comuni e nel nostro caso fanno riferimento al modello economico-politico-sociale capitalista. Partendo da questo presupposto è chiaro che il collegamento tra le diverse battaglie è la base per poter avviare una fase di lotta efficace e vincente. Promuovere questo è, oggi, il ruolo dei comunisti. Rilanciando la solidarietà di classe e creando un soggetto politico che dia un’idea complessiva di società alternativa al capitalismo possiamo ricostruire una strategia ed una pratica politica in grado di incidere socialmente, riaggregare i nostri soggetti di riferimento e, soprattutto, rilanciare su larga scala il conflitto sociale.